Chiamata

Chiamata

No al camuffamento rosa – Queer significa ancora radicale!

indecente, non integrato, scomodo

contro

guerra, razzismo e sfruttamento

Queer è cool, queer è hip, queer è „benvenut*“ ovunque!!!?

I dipartimenti per le pubbliche relazioni delle istituzioni statali hanno recentemente introdotto la tematica gay come una risorsa produttiva per la costruzione della propria immagine. Le compagnie multinazionali che traggono profitto dallo sfruttamento delle donne nel Sud del Mondo o che cooperano strettamente con i regimi che perseguitano la comunità LGBT*IQ o altre minoranze, si propongono in questi paesi con un profilo filantropico tramite la gestione delle diversità e le donazioni alle organizzazioni gay. Stati, che dichiarano guerra in tutto il mondo e che perseguono politiche interne razziste, utilizzano il loro nuovo e dubbio atteggiamento gay-friendly come una facciata. Persino i partiti di destra e i movimenti conservatori stanno sfruttando la tematica gay e dichiarano i gay bianchi, come presumibilmente minacciati dai musulmani, essere un nuovo gruppo da proteggere nell’Occidente.

Così, non solo sono utilizzate le „colorate truppe LGBT“ per il camuffamento di una politica assassina, ma sono gli stessi confini di appartenenza alla nazione ad essere ridisegnati: da un lato si trova l’Occidente gay e cristiano, dall’altro il malvagio e omofobo Oriente, i paesi in via di sviluppo del continente africano e soprattutto il mondo musulmano e tutti gli altri etichettati come premoderni e non civilizzati.

Questi nuovi confini sono riscontrabili anche all’interno delle comunità LGBT*IQ: la gente di colore e i musulmani sono percepiti da un lato come una minaccia omofoba, dall’altro, se omosessuali, sono definiti come vittime che la società convenzionale superiore deve salvare. Abbracciati dai più ricci e coccolandosi con lo state e le grandi multinazionali, quelli autoproclamatisi portavoce di gay e lesbiche con una forte pressione della stampa si comportano sempre più come prepotenti e partecipano alla demonizzazione dei migranti e della classe bassa bianca.

Questa divisione è visibile anche a Berlino, come i nostri quartieri diventano il terreno di battaglia di questa stessa retorica. Neukölln e Marzahn – quartieri più poveri che sono dichiarati come zone a rischio, mentre i rappresentanti dellle organizzazioni gay e i politici populisti chiedono più „legge e ordine“ nelle zone gentrificate della città. Anche nella comunità queer, una parte crescente non può più permettersi gli affitti nel centro della città, che poveri, anziani, malati e queer, transgender e intersessuali sono esclusi dal lavoro, dall’assistenza sanitaria e dall’accesso a partecipare. Questo non trattiene gli opinion-leaders a favore dell’uguaglianza fiscale del matrimonio, dei dirigenti gay e delle soldatesse lesbiche, dall’accogliere la violenza razzista della polizia quando si tratta di proteggere i „propri“ spazi (gay). Nella scena del clubbing questo è attuato nei locali gay da parte dei buttafuori, i quali applicano una politica di selezione in base all’aspetto e al colore della pelle.

Berlino: Capitale del Queer

La scena queer berlinese è sempre stata molto diversificata. Il gay convenzionale, la lesbica classica, l’hipster queer, la trans* politicizzata, le femministe radicali, il maschiaccio feticista. Tutte le sensibilità si incontrano e sviluppano a velocità vertiginose. Non solo per identità e posizioni: anche posizioni politiche. Così a Berlino si è sviluppato dentro questo spazio una forte componente di destra populista che interviene, grazie alla grande copertura mediatica ricevuta e un forte appoggio (anche finanziario) della classe politica berlinese. Possiamo trovare azioni come i baci pubblici “per l’amore, la diversità e la tolleranza”, manifestazioni contro l’omofobia di fronte alle moschee fino a festival pubblici della “tradizione omosessuale”. Gli organizzatori di questi eventi amano utilizzare la bandiera della “comunità” per avere risalto sui media generalisti e per offrire il proprio appoggio alle forze dell’ordine, al parlamento, al dipartimento per le politiche migratorie e a tutta la gamma di partiti politici, indipendentemente dal colore: dal verde brillante al bruno scuro. Questo scenario afferma esclusivamente una politica identitaria unidimensionale, abbandonando completamente il concetto di appartenenza moltitudinaria, producendo come risultato la riproduzione quotidiana di razzismo, sessismo e transfobia.

Refugees Welcome?!

Nella metropoli gay si intende in un modo singolare il postcolonialismo; da una parte da una posizione privilegiata occidentale si valutano ed etichettano paesi, regioni o addirittura interi continenti come “gay-friendly” o meno. D’altra parte nella stessa città il movimento dei “rifugiati” lotta con tutti i mezzi per sopravvivere. Questo non impedisce che il CSD commerciale, insieme con partiti politici e organizzazioni omosessuali e lesbiche, utilizzino lo slogano “Refugee Welcome” nella propria campagna. La superficialità di questo supposto appoggio diventa manifesta nel fatto che queste organizzazioni non hanno preso una posizione chiara di fronte allo sgombero di Oranienplatz e della Gerhart-Hauptmann-Schule, né rispetto agli attacchi del sistema informativo o alla deportazione di molti rifugiati. Da un lato quindi si assume “l’identità sessuale come motivo per l’asilo” nell’agenda politica, però d’altro lato si lasciano che i rifugiati queer subiscano ogni tipo di violenza negli uffici dell’immigrazione o negli accampamenti temporanei.

Essere Queer è essere radicali – Kreuzberg è e rimane Queer e Radicale

Da quasi 20 anni a Kreuzberg si organizza un CSD. E con tutte le buone ragioni del caso. Le esperienze di lotta e di vicende accumulate hanno una lunga storia, che richiama a quegli „sporchi“, „indesiderabili“ che sono stati espulsi dal CSD „rispettabile“. Molte persone solidali, con differenti stili di vita, differenti bisogni, diverse realtà e storie si ritrovano in questa occasione. Da allora Kreuzberg ospita l’altro, ‚piccolo‘ CSD. Scendiamo insieme in strada per una vita indipendente e per l’emancipazione da un sistema che discrimina, condanna, deporta, marginalizza ed espelle. Non lasciamoci strumentalizzare o mettere gli uni contro gli altri. Come anche nelle nostre comunità ci sono transfobia, razzismo e classismo, così ci siamo noi percepiti come radicali, di sinistra o alternativi. Non possiamo distogliere lo sguardo dalla discriminazione che avviene anche nei nostri spazi. Tutti i compagni sono responsabili di ciò che succede.

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